giovedì 14 ottobre 2010

La connesione tra l'ozio e l'essenziale

Quante volte, mentre ci occupiamo del nostro lavoro quotidiano, qualunque esso sia, abbiamo osservato fuori dalla finestra e ci siamo accorti della bella giornata che c’è?

Il cielo azzurro, nemmeno una nuvola, e il sole che illumina quanto si possa vedere intorno. Hai solo voglia di mollare ciò che stai facendo e uscire per godere di quell’aria. Se capita che sia inverno, ancora meglio. Camminare e sentire il vento freddo che batte sul viso è una delle sensazioni più belle, per me. Non penso a nulla perché il pensiero è concentrato solo su quella sensazione. In quel momento è inevitabile non provare gratitudine per la vita che è stata così generosa di cose belle, perché posso notare ogni particolare della natura e non devo fare assolutamente nulla. Basta guardare. Qualsiasi altra cosa io faccia è del tutto inutile. Il mondo è già perfetto così!

Ecco che l’osservazione della natura, degli esseri viventi, potrebbe essere identificata da qualcuno come un momento di puro ozio. Solo chi non ha nulla da fare può permettersi di fermarsi e restare a guardare il mondo che lo circonda. E noi, che siamo abitanti permanenti del pianeta terra, che viviamo nel secolo XXI, che ci battiamo per l’ecologia, che contrastiamo l’individuo che getta la carta per strada o che rovina un bosco con i rifiuti di un picnic, che compriamo elettrodomestici di “classe AAA”, che stiamo attenti alle onde magnetiche e ai cibi “no OGM”, che facciamo la raccolta differenziata e risparmiamo sulle bollette del telefono. Noi che abbiamo le agende piene di impegni – con gli altri – ma dove non constano i nostri desideri. Noi che facciamo le file agli uffici tanto quanto al panificio e perdiamo la pazienza perché andiamo sempre di fretta. Noi che non possiamo perdere tempo e non abbiamo mai del tempo per noi. In verità noi siamo abituati all’etica del “prima il dovere poi il piacere”. Non ci concediamo l’ozio perché non fa parte del programma di una persona che lavora. E' l'etica moderna dell'uomo occidentale.

La natura allora non ha etica? La troviamo esattamente nelle stesse stagioni che viviamo, e vive con noi dal germoglio alla fioritura, dai frutti sino alle foglie secche dell’autunno, completando il ciclo della vita senza darsi pensieri, senza affannarsi, semplicemente vivendo. E vive lo stesso talvolta non fiorendo né dando frutti perché anche la natura a volte si dà una pausa, forse riflette, se il terreno non è buono, se c’è stata molta o poca pioggia, forse ozia. E non sa neanche di farlo. Fa solo quanto per lei è essenziale.

Per l’uomo occidentale invece che cos’è essenziale?

Essenziale dovrebbe essere come avvertire il vuoto. Il vuoto della fame ad esempio. E’ quanto fa desiderare il mangiare. L’essenziale quindi è quello di cui non si può fare a meno, che porta ad essere ansiosi di riempire quel vuoto.

Immagino che, per l’uomo di oggi, l’essenziale sia l’agenda degli impegni, il cellulare che prenda in ogni angolo, arrivare in tempo per non prendere il traffico, essere i primi ad entrare e uscire dall’aereo, i primi in tutte le situazioni: dal prendere il caffè al bar ad essere ricevuti dal dottore di base. Così non ci sono vuoti da riempire. Possiamo dire di avere una vita piena. Vita?

Io dico quanto dice Rubem Alves, il mio scrittore preferito, che mi ricorda che il vero vuoto è quello delle braccia, che fa desiderare un abbraccio, o quello di una persona, che fa sentire la sua mancanza. E dice ancora a proposito di ozio: “Solo chi ha fatto pace con la propria vita e non si è dimenticato dei propri desideri si può concedere le delizie della contemplazione”. E così non sentirsi in colpa, aggiungo.

E concludo con una citazione di Cecília Meireles, poetessa brasiliana degli anni venti, che comprendeva molto bene i rapporti tra l’effimero e l’eterno. Ho cercato di tradurre e dare un senso. Bisogna leggere piano e con molta calma:

“NELLE ALI DI UNA FARFALLA

Nel mistero dell’infinito

si equilibra il pianeta.

E, nel pianeta, un giardino,

e, nel giardino, un’aiuola;

nell’aiuola una violetta,

e, su di essa, un giorno intero.

Tra il pianeta e l’infinito,

l’ala di una farfalla”.


sabato 2 ottobre 2010

E' dai tempi di Nerone che nulla cambia...

3 OTTOBRE 2010

Tra poche ore si deciderà, al cinquanta per cento, il destino del popolo brasiliano.

Più di 130 milioni di persone in tutto il paese voteranno per la Camera con il sistema proporzionale, per il Senato con sistema maggioritario e per la Presidenza con il sistema maggioritario a doppio turno. Quindi, con ogni probabilità si ritornerà alle urne fra un mese, per decidere, tra chissà chi sarà il nuovo Presidente della Repubblica Federativa del Brasile,

Dopo 8 anni di governo Lula (due mandati di 4 anni), il suo partito (PT- partito dei lavoratori) punta sulla candidata Dilma Rousseff, di origini bulgare, che l’ha coadiuvato nell’ultimo mandato come ministro capo della Casa Civile, vale a dire, una sorta di primo ministro. Prima di questo incarico, ha lavorato come Ministro dell’Energie, e prima ancora, come segretaria dello stesso ministero.

La sua ascesa vanta un passato come economista resoluta e pratica che, riconosciuta per i suoi meriti tecnici e gestionali nelle aree economiche, ha scavalcato varie figure maschili nelle cariche dirigenziali sin dai suoi esordi nel governo dello Stato di Rio Grande do Sul.

Dal momento che ha avanzato la propria candidatura, appoggiata dall’attuale presidente, la stampa nazionale ha questionato pubblicamente il suo passato, poiché una legge molto nota impone che le cariche politiche siano date solo a persone di indubbia onestà, comprovata da una immacolata fedina penale e che, a sua volta, dev’essere messa a conoscenza di tutti gli elettori. In barba alla nostra legge sulla privacy, giustamente.

Poco conta però, lo sforzo della classe giornalistica, ampiamente appoggiata dalla classe intellettuale e colta – appena il 20 per cento della popolazione brasiliana -. Innumerevoli pubblicazioni della scheda giudiziaria della signora Dilma hanno collaborato a rendere noto il suo lato oscuro di personaggio pericoloso e subdolo, attiva partecipante nei movimenti politici rivoluzionari e alla lotta armata ai tempi della dittatura militare degli anni settanta (è stata autrice di retate e torture) condannata a sei anni di prigione. Risollevata da un decreto di estinzione del regime militare agli inizi degli anni ottanta conosciuto come AI5, compie solo 2 anni e qualche mese e si trasferisce nel sud del paese dove costruisce una nuova vita e, anno dopo anno, arriverà finalmente al fianco di Luiz Inácio da Silva, presidente della Repubblica del Brasile, eletto già a ottobre del 2002 e rieletto nell’ottobre del 2006.

Al grande pubblico è nota per essere una donna dura che non guarda in faccia a nessuno. Assieme ad un equipe di economisti ha realizzato il progetto Fame Zero e Borsa Famiglia, carte vincenti che hanno rivoluzionato la condizione di miseria del paese, sollevando l’immagine del presidente in carica e conquistando così, a priori, tutto l’elettorato brasiliano e il suo futuro come candidata presidenziale.

Nonostante i vari scandali in cui si è trovata, tra i quali vari episodi di corruzione, viene da Lula indicata come persona di competenza e di polso per governare il paese.

Uno degli ultimi gesti per definire la strategia di Lula per queste elezioni è stato un decreto, firmato dallo stesso alla fine del 2009. Inizialmente il decreto è stato presentato come un Programma Nazionale per i Diritti Umani, ma altro non è che uno strumento che condurrebbe il paese ad una “dittatura mitigata”, come viene chiamata dai giornalisti. Composto di 73 pagine, è stato elaborato da 17 ministeri e prevede l’elaborazione di 27 leggi correlate al tema appunto dei diritti umani (resta sapere di chi), tra le quali una che concederebbe agli invasori di terre il possesso immediato, annullando qualsiasi diritto dei veri proprietari. E’ prevista anche una legge per evitare tutti i simboli religiosi, un’altra per stabilire una commissione di controllo dei contenuti giornalistici, una per stabilire l’imposto sulle grandi fortune, una per la prostituzione che dà diritti lavorativi e fornisce un libretto di lavoro, e una che disconosce l’orrore causato dai guerriglieri politici ai tempi dei regime militare, che così scamperebbero alla prigionia o ad un possibile giudizio penale.

Tra poche ore si deciderà tra un 13, un 43, un 45, un 50 e così via. Sono i numeri dei candidati presidenziali. Solo una semplice decina facile da digitare in un piccolo marchingegno, dietro ad un separè. Per le altre cariche politiche alla Camera e al Senato, sono sempre una serie di numeri che man mano crescono. Solo numeri da ricordare.

Al popolo la decisione del futuro del paese. Com’è giusto che sia.

Mai come ora però, è in gioco un’intera nazione che potrebbe avere un destino così crudele da portare con sé l’intero occidente. L’America Latina ritornerebbe così ai famelici anni settanta, tra “desaparecidos” e potenti governanti, intenti a dominare l’esteso territorio, ancora e sempre ricco di ogni bene.

Nel frattempo, oltre a dover decidere anch’io, come tutti gli altri, mi conforta leggere un autore che mi affascina, che fa poesia vera ma, fa anche politica da sempre, che si sente brasiliano anche quando è costretto a lasciare il paese e vivere in esilio nel secolo scorso.

Si chiama Affonso Romano de Sant’Anna. E’ giornalista e professore, apprezzato perché non improvvisa, ma perché ha una vera coscienza intellettuale.

Trascrivo una personale traduzione di due spezzoni di una sua poesia, tratta dal libro intitolato “Che paese è questo?”, scritto come un manifesto e pubblicato nel 1980. La prima edizione è stata elogiata da scrittori conosciuti come Carlos Drummond de Andrade e Jorge Amado, tra tanti altri. E’ stato ristampato nuovamente quest’anno e non ho resistito a comprarlo.

…”Un paese non può essere solo la somma

Di censure rotonde e chilometri

Quadri di avventura, e il popolo

Non è nulla di nuovo

- è un uovo

che ora genera e degenera

che può essere cosa viva

- o un’ave storta

dipende da chi lo pone

o da chi lo feconda” …

…” Il popolo intanto non è un cane

E il padrone

il lupo. Ambedue sono il popolo.

E il popolo essendo ambiguo

è il suo stesso cane e il lupo.

Una cosa è il popolo, l’altra è la fame.

Se chiami popolo la folla di affamati,

se chiami popolo la marcia regolare delle armi,

se chiami popolo le urla e i fischi dello sport popolare

allora amo di più una mandria di bufali a Marajo’ (isola brasiliana)

la differenza già non esiste

tra le formiche che devastano il mio orto

e le orde di cavallette del ‘48

- che nel carnevale della fame

lo stesso popolo ha celebrato.

Popolo

non può essere sempre il collettivo di fame.

Popolo

non può essere un proselito senza nome.

Popolo

non può essere un diminutivo di uomo.

Il popolo, anzi,

sarà stanco di questo nome,

nonostante il suo istinto lo porti all’aggressione

e nonostante

l’aumentativo di fame

possa essere

rivoluzione.”

So che non tutto il popolo avrà letto questa poesia.

So che il mio voto sarà una goccia in un mare di opinioni diverse dalle mie, ma per dignità, per onore, per dovere civile, vado. Ho fatto la mia scelta. Sono anch’io il popolo.

In bocca al lupo, Brasile!

giovedì 2 settembre 2010

Voltar - Ritornare


Voltei

pro meu lar

e descobri quanto era meu

o lar

o gosto de quem tem

uma casa

a nossa casa

minha ilha feliz

nossa ilha

meu ninho

de amor e de rotina

que vez ou outra abandono

só pra sentir o gosto da volta

o prazer de andar no chão

sob o teto que me viciou

respirando o ar que contém

o cheiro da minha vida



Sono tornata

alla mia dimora

ho scoperto quanto era mia

la dimora

il gusto di chi ha

una casa

la nostra casa

mia isola felice

nostra isola

mio nido

d'amore e di routine

che qualche volta abbandono

solo per sentire il gusto del ritorno

il piacere di camminare sul pavimento

sotto il tetto che mi ha viziata

respirando l'aria che contiene

l'odore della mia vita



País tropical

Fui ao Brasil nestas minhas férias de agosto. Voltei depois de tres anos, com fome de verde e amarelo, com sede de coco verde, querendo rever as cores que fazem vibrar meu coração. E’ sempre uma descoberta, mesmo nos lugares já vistos, sem falar dos que nunca vi antes. Todas as vezes a mesma sensação de pobre emigrante, de filha pródiga que volta ao lar, de deslumbramento e de gratidão. Coisa boa! Uma surpresa, no bem e no mal. Vivo tudo com muita intensidade e a expectativa é sempre superada. Fico enraigada aos sentimentos que me farão voltar nesse país outras infinitas vezes, pois lá está o meu ponto de partida. Descobri porém o mesmo Brasil que deixei tantos anos atrás, e entendi por que o deixei. Meus velhos olhos, que aprenderam a admirar as belezas decantadas pelos poetas nativos, desta vez se entristeceram. Não pelas belezas naturais, porque elas souberam resistir a tudo. Desafiam os tratores, o cimento e o asfalto e crescem expontaneamente, brotando em qualquer lugar, para que todos lembrem que é ela que deve dominar neste lugar único. Na verdade o que me desiludiu profundamente foi o povo. Me senti destacada, diferente, consciente demais pra ficar por lá, como desejei todas as outras vezes. Notei que as pessoas simplesmente se contentam. E não só. São capazes de sobreviver iludindo-se de viver. Optam pela quantidade em vez de preferir a qualidade. Pagam o ruim pelo preço do bom, quando deste só tem a propaganda, com foto, enganosa, de coisa que vale à pena. Passam pelas ruas sorrindo. Será por hábito. Sabe lá Deus o que tem dentro de cada um. E levam apenas um minuto para morrer, num acidente qualquer de uma grande avenida ou numa marginal, achatados como insetos, esticados no asfalto como “adesivos”, sem importância alguma para quem passa e fica olhando, de dentro dos próprios automóveis. Pobres diabos. Os que morrem e os que olham. Esses também se iludem que a morte não passe perto deles, que é coisa que só acontece com os outros. Os brasileiros se acham invencíveis, indestrutíveis, mais espertos. Dizendo isso eu concluo que já não sou mais brasileira. Por que falo “deles” do lado de fora, sou ausente. Não fazem mais parte de mim, não compartilho, não vivo lá. Meu Deus! De onde venho, então?

A minha sede continua. Quero saber o que “rola” em outros ambientes, e assim, nas minhas andanças pelas lojas paulistas observei com muita atenção as prateleiras das livrarias, procurando novos néctares culturais, fontes de inspiração para este coração poético. Comprei sete livros e teria comprado muito mais se não fosse tomada pela tristeza da partida. Mais dois de Rubem Alves para a minha coleção, os quais terei que ler à prestação, como sempre, pra impedir que acabem logo. E’ o que faço quando saboreio um quindim. Comprei Chico Buarque, uma novidade que me atraiu pelo título: “Leite derramado”. Depois tem Lya Luft com “Múltipla escolha” e mais outros que me chamaram a atenção. Eu desejava entender o pensamento atual de quem continua a ser brasileiro, culto, sentado atrás de uma escrivaninha procurando, nas palavras dessa nossa língua maravilhosa, uma definição do que é ser cidadão deste país. Me deparo, então, num autor que devo ter lido em tempos não muito suspeitos, alguma coisa que deixou na memória a recordação desse nome imponente que me soa familiar: Affonso Romano de Sant’Anna. Na prateleira leio o título que vem a calhar com todas as sensações que estou vivendo. “Que país é este?” Estão brincando comigo! E’ possivel? A mesma pergunta que me vinha em mente. Compro e levo pra casa.

E o devorei em pouco mais de um dia.

Tudo o que senti nos dias passados, todas as impressões, todas as emoções, tudo lá dentro como se o que eu estivesse pensando se materializasse no papel. Esse “cara” sente o que eu sinto! Como pode? Escrito em 1980. Completamente atual. Então o tempo não passou? Então eu também estava iludida, exatamente como todos? Todas as ordens e todo o progresso pode servir à comparação com outros países desenvolvidos, sob o ponto de vista material e tecnológico. Nenhuma ordem, nenhum progresso, sob o ponto de vista moral. Nada mudou para quem já enxergava e tinha entendido. Tudo muda para mim agora, que sempre olhei com o coração saudoso o meu país tropical. Mas isso não me impedirá de continuar a amá-lo e desejá-lo. Daqui a alguns tempos poderei voltar.


Paese tropicale

Sono andata in Brasile in queste mie vacanze d’agosto. Sono tornata dopo tre anni che mancavo, con la fame del giallo-verde, con la sete di cocco verde, desiderando rivedere i colori che fanno vibrare il mio cuore. E’ sempre una scoperta, anche nei posti già visti, per non parlare di quelli mai visti prima. Tutte le volte la stessa sensazione di povera immigrante, di figlia prodiga che torna a casa, di meraviglia e gratitudine. Cosa buona! Una sorpresa, nel bene e nel male. Vivo ogni cosa con molta intensità e le aspettative sono sempre superate. Rimango ancorata ai sentimenti che mi faranno tornare in questo paese altre infinite volte, perché è lì il mio punto di partenza. Scopro però lo stesso Brasile che ho lasciato tanti anni fa, e capisco perché l’ho lasciato. I miei vecchi occhi che impararono ad ammirare le bellezze descritte dai poeti natii, questa volta si sono rattristati. Non per via delle bellezze naturali, perché quelle hanno saputo resistere a tutto. Sfidano i trattori, il cemento e l’asfalto e crescono spontaneamente, ovunque, perché tutti si ricordino che è la natura a dominare questo luogo unico. In verità ciò che mi ha deluso profondamente è stato il popolo. Mi sono sentita distaccata, diversa, troppo cosciente per rimanere lì, come ho desiderato fare tutte le altre volte. Ho notato che le persone semplicemente si accontentano. E non solo. Sono capaci di sopravvivere illudendosi di vivere. Scelgono la quantità invece della qualità. Pagano il brutto al prezzo del buono, quando di questo esiste solo la pubblicità, con foto, ingannevole, di qualcosa che può valere la pena. Passano per le vie sorridendo. Sarà per abitudine. Sa solo Dio ciò che ognuno ha dentro. E impiegano solo un minuto per morire in una grande via o in un grande raccordo, schiacciati come insetti, stirati sull’asfalto come degli adesivi, senza importanza per le persone che passano e guardano, dentro le loro automobili. Poveri diavoli. Quelli che muoiono e quelli che guardano. Anche questi s’illudono che la morte non passerà, che sono cose che accadono solo agli altri. I brasiliani si credono invincibili, indistruttibili, più furbi. Dicendo così concludo che non sono più brasiliana. Perché parlo di loro dall’esterno, sono ormai assente. Non fanno più parte di me, non condivido, non vivo lì. Mio Dio, da dove vengo allora?

La mia sete continua. Voglio sapere cosa accade in altri ambienti, e così, nelle mie camminate tra i negozi di San Paolo, osservo attentamente le mensole delle librerie, cercando nuovi nettari culturali, fonti d’ispirazione per questo cuore poetico. Ho comprato sette libri e forse avrei comprato di più non fosse la tristezza per la partenza. Altri due di Rubem Alves per la mia collezione, i quali dovrò leggere “a rate”, come sempre, per impedire che finiscano presto. Faccio così anche quando mangio un dolce che mi piace troppo. Ho comprato uno di Chico Buarque, una novità che mi ha attratta dal titolo: “Latte versato”. Poi c’è Lya Luft con il suo “Multipla scelta” e altri ancora che mi hanno attirato l’attenzione. Desideravo capire il pensiero attuale di chi continua ad essere brasiliano, colto, seduto dietro una scrivania cercando, nelle parole della nostra lingua meravigliosa, una definizione dell’essere cittadino di questo paese. Mi ritrovo allora un autore che devo aver letto in tempi non molto sospetti, qualcosa che mi ha lasciato nella memoria il ricordo di questo nome imponente che mi suona famigliare: Affonso Romano de Sant’Anna. Sulla mensola leggo il titolo che casca a fagiolo con tutte le mie sensazioni. “Che paese è questo?” Stanno scherzando? E’ possibile? La stessa domanda che mi ponevo. Lo compro e lo porto a casa.

L’ho divorato in poco più di un giorno.

Tutto quanto ho sentito nei giorni passati, tutte le impressioni, tutte le emozioni, tutto è lì dentro come se ciò che penso si materializzasse sulla carta. Questo tale sente quel che io sento! Come può essere? Scritto nel 1980. Completamente attuale. Allora il tempo non è passato? Allora anch’io mi ero illusa, proprio come tutti gli altri? Tutti gli ordini e tutto il progresso può servire per essere paragonato ad altri paesi sviluppati, sotto il punto di vista materiale e tecnologico. Nessun ordine e nessun progresso, sotto il punto di vista morale. Nulla è cambiato per chi aveva già visto e capito. Tutto cambia per me ora, che ho sempre guardato con occhi nostalgici il mio paese tropicale. Ciò non m’impedirà di continuare ad amarlo e desiderarlo. Fra qualche tempo potrò ritornare.

giovedì 10 giugno 2010

IO, FARFALLA

E io mi trasformai...

Ero come un bruco lento e impacciato

affamato e vorace

Rassegnato a seguire un unico cammino

Inconsapevole

Mi trovai rinchiusa in un bozzolo

delicato e trasparente

Da lì potei guardare il mondo

passare

E senza capire il destino

costretta dalla prigionia

sofferente

attendevo il giorno della libertà

Sognavo di svolazzare

come gli uccelli nemici

che assistetti nei campi

ingurgitare i miei simili

Tutt’un tratto mi accorsi

si ruppero i tesi fili

stretti intorno a me

mi allungai come se avessi braccia

mi stirai come se avessi muscoli

si accesero tutti i miei colori

E vidi le mie ali

come d’incanto ergermi

e portarmi in luoghi mai visti

E m’innamorai...

RIAPRO LE MIE FINESTRE
PER SEGNALARE
L'INCONTRO INATTESO,
MAI SOGNATO,
PERO' DESIDERATO

L'EVENTO PROMOSSO DA
STEFANO DONNO

Per la rassegna: "Il gusto per la cultura... è mondiale!"
GIORNATA ITALO-BRASILIANA al CIBUS MAZZINI
Via Lamarmora, 4 - Lecce (angolo Piazza Mazzini)
20 giugno 2010 - ore 18.30
Presentazione del libro
BUONE DA SPOSARE
di Adriana Maria Leaci

... chissà come sarà?!
... chissà chi verrà?!