giovedì 10 giugno 2010

RIAPRO LE MIE FINESTRE
PER SEGNALARE
L'INCONTRO INATTESO,
MAI SOGNATO,
PERO' DESIDERATO

L'EVENTO PROMOSSO DA
STEFANO DONNO

Per la rassegna: "Il gusto per la cultura... è mondiale!"
GIORNATA ITALO-BRASILIANA al CIBUS MAZZINI
Via Lamarmora, 4 - Lecce (angolo Piazza Mazzini)
20 giugno 2010 - ore 18.30
Presentazione del libro
BUONE DA SPOSARE
di Adriana Maria Leaci

... chissà come sarà?!
... chissà chi verrà?!


sabato 23 gennaio 2010

Born free

Nata libera. Era il titolo di un film degli anni sessanta. Una leonessa cresciuta in cattività e poi liberata. Mi è venuto in mente, dopo un fatto che ha segnato la mia giornata incontrando l’ennesimo immigrante. Uno di quelli senegalesi o nigeriani. Non sai mai da dove vengano. Sai solo che viene verso di te cercando di vendere le solite cose che non hai bisogno e che insiste tanto per farti comprare. Per un attimo pensi di dire un no secco, che lui aggiungerà agli altri e altri ancora, già sentiti infinite volte. Poi la tua coscienza ti grida di non essere egoista, di cambiare gesto. E’ un grido sordo che potrebbe passare inosservato perché nessuno può sentire. Intanto hai già trovato la soluzione, non costa nulla accontentarlo, gli dai una moneta perché si prenda un caffè e lui (quanto sia bisognoso sa solo Dio, o Alah) ti regala uno di quegli oggetti inutili, anzi insiste, perché non vuole l’elemosina. Vorrebbe solo vendere qualcosa, è il suo lavoro. Ha abbastanza dignità in corpo per negare l’inutile e meschina pietà di quel momento. Ti ringrazia e se ne và. Io continuo il mio cammino e la mia solita vita ma, quell’uomo mi è entrato nel cuore e non lo dimentico. So che avrei potuto dare di più ma non l’ho fatto. Sono stata codarda. A volte temo di aprire la borsa e di essere aggredita, di aprire troppo il cuore, di far uscire troppe buone intenzioni, di essere fraintesa. Che assurdità! Che contraddizioni! Proprio io che mi ribello sempre ad ogni cosa.

Pensavo all’Africa, alle sue svariate nazioni con gli stessi problemi. Agli anni settecento quando dal quel continente il popolo pacifico e indifeso fu ridotto in schiavitù. Dopo un secolo di martiri, quando gli schiavi furono resi liberi erano già legati ad un’etichetta di inferiorità e di preconcetti che continuò nel tempo, sommandosi a nuove discriminazioni. Divennero liberi ma per sempre schiavi della mente contorta di chi fa distinzione tra le razze. La loro storia si arricchisce di ingiustizie ogni giorno, passando per i fatti di Rosarno, proprio a casa nostra, dove il disgusto continua a fare il suo corso, per finire ad Haiti, ex paradiso delle vacanze dove ora i ricchi puliscono le loro coscienze facendo raccolte di beneficienza. Il minimo. Rosarno era già un luogo dimenticato prima di diventare argomento di prima pagina. Fra un paio di mesi non se parlerà più. E Haiti era già povera abbastanza da richiamare la carità del mondo prima dell’ecatombe. Dopo l’attuale fragore, tutto tacerà nuovamente. Le coscienze occidentali seguiranno le rotte solite, fino al prossimo richiamo di umanità. E’ lungo il silenzio intorno ai piccoli.

Mi ritorna in mente il significato di libertà e, ragionando, concludo che nemmeno io sono libera. La mia coscienza è legata a dei messaggi che vengono dal passato, quand’ero ancora una bambina e si sentiva parlare dell’uomo nero. Quell’orribile diceria che m’incuteva una tale paura per cui non lasciavo la mano dei genitori per nulla al mondo. Crescendo ho capito subito da che parte stare. Mi sono legata agli affetti, alla verità e alla giustizia. Ho lasciato perdere tutto il resto. Beh, non proprio tutto. Ho capito che avrei potuto fare molto di più se solo non fossi stata legata a dei pregiudizi. Se quei pochi ma subliminali messaggi della mia gioventù, che mi sono entrati dentro come un veleno silente, non mi avessero legata, la mia coscienza oggi sarebbe più libera ed io potrei fare di più, anche da sola. Magari avrei fatto cose per cui sarei stata criticata dagli altri, ma avrei lottato per quell’altra voce della mia coscienza che mi dice di non essere soddisfatta. Quella voce che mi sussurra e mi rinfaccia la codardia che blocca i gesti più sensati e più sinceri. Quella stessa voce che vorrebbe gridare alle ingiustizie che subiamo ogni giorno. Ma non lo faccio. Senza rassegnarmi, parlandone, spero di riuscire a fare di più.

Sono nata con la pelle bianca. Questo ha facilitato molto la mia vita. Ma ciò non mi ha resa libera.

domenica 17 gennaio 2010

Buone da Sposare

Presentazione ufficiale. Roma, 15 gennaio 2010

Lettura del racconto "MARIOLINA", pag.261

UN GIORNO SCONOSCIUTO

Mariolina non si ricordò mai quando era nata, non festeggiò mai un compleanno, fece i conti solo con il calendario, e ogni trentuno dicembre sapeva che era passato un altro anno della sua vita.
Il ricordo più remoto era di quando aveva dieci anni e stava in un orfanotrofio, assieme ad altri bambini. Era tra le bambine più grandi e si occupava delle più piccole, quindi era proprio lei a regalare affetto e dolcezza a chi ne aveva bisogno. Non si sentiva infelice perché ci aveva fatto l’abitudine in quella grande casa. Non conosceva le carezze di una mamma, ma la sognava sempre, anche in pieno giorno. Immaginava d’essere tra le sue braccia e ricevere un grande e caloroso abbraccio. Come quegli abbracci che dava alle sue compagne, quando cadevano, si facevano male ed erano tristi.
Con molta difficoltà una suora tirava su quell’orfanotrofio. Talmente improvvisato che facilmente andavano a letto senza cena, dando la precedenza ai bambini malati e più piccoli. La sopravvivenza come un gioco a sorte, perché solo la natura di ognuno poteva stabilire chi ce la faceva, oppure no.
A volte, nel buio della notte, Mariolina sentiva lo stomaco che si lamentava, quasi gridando, e si vergognava, pregando che gli altri stessero dormendo e non sentissero tutto quel rumore. Non capiva che non era colpa sua. In silenzio faceva le preghiere imparate a memoria durante le lezioni di catechismo, e chiedeva soltanto di potersi addormentare senza sentire più fame. Veniva su molto magra e minuta, si vedeva che soffriva, ma non era capace di lamentarsi, né di chiedere nulla.

giovedì 17 dicembre 2009

L'inquietudine

Riconosco di vivere un momento importante della mia vita. Mi sento più cosciente, più consapevole di me stessa. Conosco i miei limiti, mi espongo solo il necessario e, allo stesso tempo, non mi nascondo, non indosso maschere inutili, cerco di mostrare il più possibile chi sono veramente. Semmai uso quella che riconosco come educata diplomazia, per evitare dissapori inutili, malcontenti che possono sforare in incomprensioni, dovuti a prese di posizione troppo personali che non portano mai a nulla.

Vorrei tanto che queste riflessioni non avessero l’aria di bilancio. Una forma di fare i conti con se stessi che si ripete alla cadenza di ogni Natale. E non so per certo se è così però, mi rifugio nella lettura e, rivolgendomi ai poeti preferiti del secolo passato, usando le loro parole - che tanto mi fanno pensare e tanto s’identificano ai miei pensieri -, ho trovato finalmente qualcuno che, nonostante non esista più, nonostante sia stato un Grande della letteratura mondiale (al quale non sarei stata degna di avvicinarmi alla sua ombra), disse cose che, a distanza di tanto tempo, oggi ancora permettono che io possa comprendere me stessa: FERNANDO PESSOA – Libro dell’Inquietudine – dell’eteronimo Bernardo Soares.

- “Vivere è essere un altro. Neanche sentire è possibile se oggi ci si sente come ieri si sentiva; sentirsi oggi lo stesso di ieri non è sentire – è ricordare oggi ciò che si è sentito ieri, essere oggi il cadavere vivo di quella che ieri è stata la vita perduta.” – se pensiamo che è stato scritto negli anni trenta, spaventa l’attualità. Indica semplicemente che, vivere allora, come vivere oggi, non cambia. I sentimenti sono sempre gli stessi.

e

- “Nella gioventù siamo due: esiste in noi la coesistenza della nostra propria intelligenza, che può essere grande, e della stupidità della nostra inesperienza, che forma una seconda intelligenza inferiore. Soltanto quando arriviamo all’altra età avviene in noi l’unificazione. Da lì l’azione sempre frustrata dalla gioventù – dovuta, non solo all’inesperienza, ma alla sua non unità.” – ecco che mi ritrovo. Sono nella tappa dell’unificazione.

e

- “In me, quel che c’è di primordiale è l’abitudine e il modo di sognare. Le circostanze della mia vita, sin da bambino solo e calmo, altre forze, forse, modellandomi da lontano, per ereditarietà oscure al suo sinistro taglio, hanno fatto del mio spirito una costante corrente di vaneggi. Tutto ciò che sono è in questo, ed anche quello che in me più assomiglia, lontano dal distaccare il sognatore, appartiene senza scrupolo all’anima di chi soltanto sogna, elevata lei al suo più grande grado. Voglio, per mio proprio gusto di analizzarmi, a misura che questo mi aggiusti, andar ponendo i processi mentali che in me sono uno solo: esso, di una vita votata al sogno, di un’anima educata solo al sognare. “ - in me il sogno viene costantemente interrotto da una realtà che disprezzo e che vorrei, anzi sogno, di abbandonare.

e ancora, per finire:

- “Da qui l’abilità che ho acquisito nel seguire varie idee allo stesso tempo, osservare le cose e allo stesso tempo sognare argomenti diversi, stare a, allo stesso tempo sognando un reale ponente sul Tago reale, e una mattinata sognata su di un Pacifico interiore; e le due cose sognate s’intercalano una all’altra senza mischiarsi, senza confondersi propriamente più dello stato emotivo diverso che in ognuno provoca, e sono come qualcuno che vide passare per strada molta gente e, simultaneamente, sentisse da dentro le anime di tutti – il quale avrebbe a che fare in un’unità di sensazione - allo stesso tempo che avrebbe visto i vari corpi – questi gli avrebbe visti diversi – incrociarsi sulla via piena di movimenti di gambe.” – ciò mi capita invece quando mi dedico a più letture, come ora, passando da un autore all’altro, sempre con grande stupore e meraviglia, perché questo cammino, fatto di tante lettere, mi affascina sempre di più.

All’uomo che vive legato a quel che è stato e che non potrà mai essere. All’uomo che, giovane, non si unisce mai al vecchio e che, vecchio, sa di portare dentro di se il peso di due uomini, ma non dimostra mai di sostenere una zavorra. All’uomo che, per tutta la vita, si fa cullare dal sogno e da questo trae le idee, e da queste trae la propria vita. A tutti questi esorto a trovare il tempo di non pensare a cose troppo serie, a coltivare i propri sentimenti e far leva che il proprio spirito sopravviva al poco caso e alle cose inutili. Nutrite le vostre anime perché diventino eterne.

sabato 14 novembre 2009

L'ennesimo muro della vergogna

Lunedì 9 novembre mi sono cimentata a scrivere una poesia sulla libertà. Ciò che mi ha ispirato non è stato un sentimento di sollievo, anche se il muro di Berlino non esiste più. Mi ha ispirato parlare proprio della libertà dell'uomo, che non mi sembra conquistata del tutto, nonostante gli enumeri festeggiamenti. Non l'ho ancora finita e non so se la finirò.
A volte mi faccio convincere che l'essere umano abbia toccato il fondo, invece mi accorgo che la mente dell'uomo non ha proprio limiti ed è capace di tutto. ecco perché alcuni si credono dio, indipendentemente dalla religione che professano. Credono di avere il potere sugli altri e commettono crimini che ancora devono essere dettati come tali. Mi viene naturale poi pensare che in qualche parte del mondo può esistere un altro Hitler di turno che, senza clamori, sta tramando un'altra "purificazione della razza".
Proprio quando facevo questo ragionamento, mi capita di leggere un articolo di Stefano Salvi sul periodico Vanity Fair della settimana scorsa - pensate all'ironia: in copertina si parla di vampiri e dei film sui vampiri molto in voga in questo momento -, che mi lascia sconvolta. Pochi sanno, ma esiste un altro muro, simile a quello di Berlino, anzi molto peggio, che da circa trent'anni sottomette un popolo intero all'isolamento e a delle atrocità che non riesco proprio a definire. Trattasi di un muro costruito nella parte nord occidentale dell'Africa, in pieno deserto del Sahara. Stà lì, ma la maggior parte delle persone non sa della sua esistenza. E quelli che sanno non fanno nulla per cambiare le cose. E' lungo 2.700 km ed è vigilato da 160 mila soldati. Mentre veniva festeggiato il 9 novembre, nell'emisfero africano, con la consapevolezza dell'ONU - che da anni ha inviato sul campo una commissione concepita per questa missione, a favore della povera gente del luogo - il popolo Saharawi subisce ogni sorta di castrazione, anche materialmente parlando. Uomini adulti vengono rapiti e massacrati dopo infinite torture. Donne adulte, meglio se incinte, vengono picchiate a sangue, bastonate fino a morire, perché i loro figli non devono venire al mondo.
Stefano Salvi ha spiegato molto bene su quell'articolo, e tutto può essere meglio compreso vedendo il suo video, seguendo il suo percorso sul posto, dove lui è stato e ha ripreso, documentato, intervistato tutte le persone coinvolte in questo martirio quasi sconosciuto. Questo è un altro Muro della Vergogna. E quale altro nome potrebbe essere dato?
Sono entrata nel sito www.stefanosalvi.it ,voglio sostenere questa causa, mi sono iscritta alla petizione promossa da Salvi e aggiungo alle mie finestre un'immagine che non ha bisogno di fotografie. Serve solo a guardare il mondo con gli occhi della coscienza, che non vuole rassegnarsi alle ingiustizie che continuano a perpetuarsi in questa faccia della terra.
L'uomo, essere dominante del pianeta, dotato di una tale intelligenza che gli permette di scoprire l'acqua sul satellite lunare e di fare scoperte scientifiche per salvare il prossimo dalle malattie più gravi, paradossalmente continua a distruggere, imperturbato, tutto ciò che è vivo e lo circonda, per il semplice gusto di dire: "Io ho il potere nelle mie mani."